Scrivi un testo ispirandoti ad una di queste Novelle del Boccaccio: Andreuccio da Perugia, Federigo degli Alberighi, Caterina e l’Usignolo, ambientando la scena ai giorni nostri:

Milano, 23 aprile 2019

Caro,

manchi ormai dalla mia vita da molto – troppo – tempo. Mi chiedo come tu stia, dove vivi, se hai trovato l’amore. Vorrei incontrarti ad un caffè in Porta Romana, passare le ore a parlare, ricordarci dei bei tempi andati e programmare quelli che verranno. In questi anni ho incontrato molte persone lungo la mia via, ma mai nessuno ha lasciato un solco nella mia anima come te.

Di notte mi capita di svegliarmi di soprassalto e cercare il rumore delle onde, salvo poi accorgermi che si tratta solo di una macchina di passaggio. Il mare, le risate, il cibo, il vino: non potrò mai dimenticarmi di quell’estate siciliana di dieci anni fa; la malinconia mi sta uccidendo fin dentro alle viscere, vorrei tornare ventenne.

Come è strano frequentare lo stesso liceo e conoscersi solo dall’altra parte d’Italia, non trovi? Pensare che eravamo pure sullo stesso piano e mai ci eravamo scambiati un ciao. Mi chiedo ancora a che gioco abbia giocato il karma quando ha deciso di farci incontrare a Mazara. Certo, tu avevi la casa di famiglia lì, ma io e Clarissa ci eravamo fermate solo per fare benzina e poi ripartire per Agrigento. Chissà se Clarissa non avesse avuto fame, chissà se io non avessi visto quel ristorante di pesce, chissà se, chissà.

Io e Clarissa ci siamo sedute proprio di fianco al tuo gruppetto di amici, ci avete riconosciuto e tu ci hai invitato nella tua villa. Un cancello di ferro battuto alto tre metri ci ha accolto e un sentiero di ghiaia accompagnava in un abbraccio di piante tropicali gli ospiti verso l’entrata. I mattoni a vista, le ampie vetrate, il sole che tramontava dietro la costa: un acquerello negli occhi, un’esplosione di gioia nel mio cuore. La paura aveva fatto capolino quando mi chiedesti di rimanere per tutto il resto della tua vacanza, perché ti piacevo da matti, perché ci saremmo divertiti da matti, ma io riuscii solamente a sorridere per poi tornare codardamente sulla strada per Agrigento.

Poi l’università: tu a medicina, io a Economia, Enrico ad Economia. Sì, perché Enrico c’era da molto prima di quanto tu possa immaginare. Era dietro di me, nascosto. Io che mi vergognavo a dirtelo, perché vedevo i tuoi sforzi, la tua passione, il tuo amore. Non potevo capire, ero accecata. C’era lui quando avevi provato a baciarmi alla notte degli Universitari e io mi ero scostata con ribrezzo. Devo confessarti, però, che il ribrezzo lo provavo nei miei confronti. Io, rea di non aver saputo dirti di sì quando potevo, rea di non aver saputo dire di no quando dovevo. Mi piaceva il tuo corteggiamento, sapevo di poter contare su di te quando stavo male ed era un piacere messaggiare durante i noiosi pomeriggi invernali.  

So anche di averti deluso l’anno successivo quando non mi sono presentata al funerale dei tuoi genitori, l’unica immonda senza cuore a non averti abbracciato davanti alla chiesa. Enrico aveva organizzato un viaggio last-minute apposta, mi pedinava e sapeva tutto. Sospettava ci fosse qualcosa tra di noi, diceva di sentirsi le corna in testa. Non lo capivo e non lo capisco tuttora: gli davo tutto l’amore che avevo in corpo ma mi sentivo respinta.

Poi sono riuscita a deluderti anche la settimana dopo, al telefono, con un “Tu sei soltanto uno tra tanti, cosa ne sai di Enrico?” Non ne abbiamo mai più parlato, ma se esiste un solo modo affinché possa farmi perdonare, dimmelo.

Solo che io ed Enrico eravamo due pezzi di un puzzle che non combaciavano: non ci saremmo mai incastrati bene. I cinque anni successivi mi sono completamente scivolati di mano: i miei spingevano affinchè mi sposassi ed hanno ottenuto il matrimonio con Enrico, lui continuava con la sua mania di tradimento e mi faceva terra bruciata attorno. Ero rimasta praticamente sola, me ne lamentavo con mia madre: lei mi rispondeva con laconici motti cattolici di sottomissione e sopportazione; sentendoli così tanto, avevo finito per farli miei e mi ero convinta di essere felice.

Ho capito cosa fosse la felicità solo dopo aver dato alla luce Andrea. Vederlo sorridere, interagire col mondo, piangere, gattonare, ogni cosa era un motivo di gioia. Enrico era distaccato, lavorava sempre di più e non calcolava più di tanto il figlio: da questa situazione scaturivano diversi litigi, piatti volavano, insulti. Io mi sentivo una merda perché per Andrea avevo lasciato il lavoro e dipendevo completamente da mio marito: mi rinfacciava la cosa e mi minacciava di lasciarmi per strada.

La vera sconfitta è stata quando abbiamo scoperto della malattia neurologica di Andrea: quel codardo di Enrico è scappato, a Roma, mandandomi una piccola somma di denaro ogni mese e chiedendo il divorzio. È stato strano entrare nello studio Sangalli con Andrea e vedere il tuo nome a capo della sezione neurochirurgica. Il responso è stato tremendo, non ho mangiato per tre giorni: la vita del mio piccolo sarebbe stata seriamente compromessa se non si fosse trovato un rimedio velocemente. Hai dato fondo a tutte le finanze dello studio per trovare una cura per una malattia così rara, solo per salvare il mio Andrea. O forse solo per salvare me.

La morte di Andrea mi ha colto alla sprovvista. Era all’asilo e stava giocando con degli amichetti: le maestre mi hanno detto che sorrideva ancora quando il suo cuore ha smesso di battere. Io non so se sia vero, ma ci spero tanto. Solo in quel momento ho capito di essere veramente sola, di aver perso l’ultima persona che veramente mi apriva uno spiraglio di luce nella mia vita. Mia madre, rimasta vedova, voleva che mi trovassi un altro marito, che mi rifacessi una vita. Non ci sono riuscita: avevo nove anni di colpe da estirpare, di errori per cui chiedere scusa; chiedere scusa agli altri, ma soprattutto a me stessa.

Undici mesi di terapia dallo psicologo mi hanno aiutata, ora mi sento una donna nuova, pronta ad affrontare la vita. La psicologa mi ha detto che il mio scompenso è stato causato da troppi no detti alle persone giuste.

Non so dove tu sia, so solo che lo studio Sangalli ha chiuso. Ho inviato questa lettera all’ultimo tuo indirizzo che ho trovato tra i tuoi amici, solo per dirti che il primo “sì” che dovevo dire era a te, dieci anni fa, a Mazara, in quella villa bellissima. Per questo ti scrivo: io non so quali saranno le tue domande, non so se mi accoglierai con un abbraccio o con uno sguardo torvo; so solo che da me troverai solo la gentilezza e l’amore che tu mi hai dato in dieci anni.

Ti lascio il mio numero, scrivimi appena riceverai questa lettera.

Abbiamo tanto di cui parlare, Federico.

Tua, 

Giovanna

Davide Erba


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