Scrivi un testo ispirandoti ad una di queste Novelle del Boccaccio: Andreuccio da Perugia, Federigo degli Alberighi, Caterina e l’Usignolo, ambientando la scena ai giorni nostri:

L’aria calda della primavera cittadina infastidiva parecchio Giovanni, sembrava più sporca, più pesante, a lui, abituato alla campagna. Guardava la gente in strada sotto il suo balcone come un tempo guardava i corvi e le tortore rincorrersi nel bosco di gelsi di fronte alla sua camera. Non era tanto diverso: le persone, proprio come i corvi, giravano secondo delle orbite prestabilite, compivano azioni stereotipate in relazione a delle semplici situazioni sociali, più o meno intricate. Non che la fauna del ristretto tratto di marciapiede sotto la sua finestra fosse tanto variegata come quella avicola a cui era abituato, era composta per la maggior parte da spaccini intenti ad infastidire qualche passante. Giovanni fissava e immaginava vite, intrecci, relazioni con quelli che ormai erano diventati i suoi attori, i protagonisti delle mille vite parallele che ogni giorno creava nella sua mente. 

Il trasferimento in città non era stato come se lo immaginava, si aspettava grandi cose, grandi amicizie nate dal nulla come in qualche film hollywoodiano in cui il protagonista lascia la fattoria dei suoi genitori nel midwest per cercare fortuna a New York e finisce per diventare uno stand-up comedian o una qualche sorta di artista. Aveva bisogno di aria fresca, aveva solo trovato folate di vento maleodorante. Passava le sue giornate a cercare un lavoro su qualche stupido giornale di annunci e, arrivata sera, sedeva sullo stipite della sua finestra a fumare sigarette e a guardare giù, in cerca di qualcuno di interessante. Non era facile trovare chi lo stimolasse un po’, ormai aveva finito tutte le storie possibili su Marco, l’uomo che ogni giorno da circa tre mesi, sempre con la stessa giacca, portava il cane a fare pipì nell’aiuola all’angolo della strada. Laura, la runner del mercoledì sera, aveva scopato con tutti i suoi colleghi, nonostante fosse innamorata di Martino, il runner del martedì e del giovedì dopo cena. Elvis, lo spacciatore emiliano over cinquantenne, aveva avuto un passato da rocker, ma aveva speso tutti i suoi soldi in coca e ora stava facendo quello che nella vita gli era sempre riuscito meglio, vendere erba ai suoi amici. 

Era raro vedere delle facce nuove passare per quel vicolo di periferia, ma quella sera di fine marzo arrivò Federico: un ragazzotto impostato, ben vestito, con in spalla una tracolla che ondeggiava ritmicamente ad ogni suo movimento. Camminava di gran passo, Giovanni non capiva se stesse scappando da qualcosa o se fosse eccitato per quello che lo attendeva. Lo fissò per diversi istanti. Perché lo aveva tanto colpito? Cosa c’era in quel ragazzo? 

Federico si sedette nell’unico bar della via. Non erano tanti i bar in zona, nessuno vuole aprire un bar così lontano dal centro, ma era stato per Giovanni un luogo dove trovare sollievo nelle prime settimane in città. Si sedeva in quei tavolini all’aperto smaltati con colori pastello e stava lì, da solo, a leggere o a parlare con qualche sconosciuto, spesso ubriaco, anche per tutta la serata. 

Osservava Federico, solo, anche lui. Si accesero una sigaretta entrambi, quasi contemporaneamente. Federico ordinò una birra, estrasse il suo libro (non si riusciva bene a capire che libro fosse, era una di quelle edizioni vecchie, di finta pelle con le scritte smangiate in oro) e rimase lì tutta la sera. 

Giovanni lo osservava, lo sentiva vicino, era come lui. Era un uomo solo, masticato e risputato dalla città, in cerca di qualche contatto umano. Erano simili, lo percepiva come un’anima affine, brillava negli occhi di Federico la sua stessa curiosità per il mondo. Ecco perché lo aveva notato, ecco perché aveva attirato la sua attenzione: Giovanni era pronto a costruire su Federico la sua stessa storia, sarebbe stato il suo avatar, la sua marionetta da muovere a suo piacimento. 

Federico tornò tre volte quella settimana in quel bar e si ripeteva sempre la stessa scena: tavolino lilla di fianco all’entrata, birra e libro. Federico era un neolaureato di filosofia, fresco di sessione di dicembre, massimo dei voti… non che a lui fregasse veramente, il voto intendo, ma aveva reso orgogliosa sua madre e tanto gli bastava. Non era uno di quegli studenti di filosofia che sanno parlare solo di come Kant abbia cambiato tutto (e se non hai letto la Critica alla ragion pura non capisci un cazzo e non puoi neanche pretendere davvero di capire un cazzo) o come in realtà Feynman fosse più un filosofo che uno scienziato e che la distinzione tra i due non ci fosse mai veramente stata nel corso della storia e non c’era bisogno di crearla adesso e comunque Feynman le rimorchiava tutte perché era figo… 

Giovanni passò quasi tutta la prima sera a cercare di capire quale fosse la visione filosofica del mondo di Federico, il suo weltanschaunng, e, a parte qualche disaccordo sull’ascetismo come scelta di vita possibile, si trovò a sottoscrivere ogni sua singola idea. Erano due reietti, che cercavano di sopravvivere come potevano, relegandosi nella propria fantasia o cercando un po’ di compagnia nella vicinanza di sconosciuti. Federico era stato mollato da un paio di mesi dalla sua ragazza, o meglio era stato lui a farsi lasciare, ma poi ci era rimasto malissimo, non credeva che la relazione con Gianna valesse così tanto per lui e invece si era trovato sotto un treno quando lei aveva deciso di chiuderla per sempre. Non era stato un amore facile, non era una di quelle relazioni in cui va tutto bene, in cui ci si ama senza remore fino a quando lui non limona con una in discoteca da ubriaco e ha pure l’intelligenza di farlo davanti alla migliore amica di lei, no, era stato un amore sofferto per entrambi, si erano fatti male per anni fino a quando lei non si era decisa ad andare avanti e a porre fine a tutto quel dolore inutile, alle notti insonni a fissare il soffitto chiedendosi come e perché la storia con Federico non funzionasse. Era stato una decisione sofferta per Gianna, mandare a fanculo tutti quegli anni e quegli sforzi, tutti quei chili persi (e poi ripresi) a furia di vomitare per l’ansia e a storcersi le budella ad ogni passo falso, ad ogni mancanza di attenzione da parte di Federico.  Lui d’altro canto ce l’aveva messa tutta, lei era sempre stata troppo per lui, troppo intelligente, troppo buona, troppo attenta alla loro relazione e lui aveva perso ogni singola opportunità di mostrarsi meglio di quanto fosse realmente. Da anniversario dimenticato ad ogni chiara volontà di lei mal interpretata da lui, la loro relazione era sempre stata rilanciata di mese in mese, di pausa in pausa fino a quando per Gianna non era rimasto nulla se non rancore nei suoi confronti. Il rancore si era trasformato in indifferenza verso tutto quello che riguardasse Federico, non le importava più nulla, di lui, di loro. Non combatteva più, non si impegnava più a tenere le redini di quel carro senza più un conducente, destinato ad andare fuori strada.

Federico si era trovato completamente spiazzato quando Gianna aveva deciso che era finita e questa volta non ci sarebbero deroghe o proroghe. Neanche la decisione di donarle in segno d’amore Fausto, il suo pollo domestico, era servito a nulla. Fausto era un galletto ruspante che Federico aveva trovato in un cespuglio dietro casa sua circa tre anni prima, diventando come un figlio per lui. Aveva sempre fatto molto ridere Gianna, aveva un occhio storto, una zampa più corta dell’altra lo rendeva ancora più goffo di un normale pollo e, ciliegina sulla torta, quella piuma perennemente arruffata sul capo che le strappava sempre la più genuina delle risate. 

Risultato: nel giro di un giorno Federico si era trovato senza più Gianna e senza più il suo amato Fausto.

Dopo più di un mese di reclusione, tormentato dai sensi di colpa e dalla paura di dover affrontare per la prima volta da anni la vita senza una guida, senza qualcuno che lo prendesse per mano e lo costringesse a vivere, Federico era riuscito ad alzarsi dal letto, radersi e in qualche modo prendere in mano la sua vita. Le mura di casa sembravano troppo strette, troppo angoscianti per passarci tutto il giorno dentro e per questo si trovava spesso ad uscire per sedersi in un bar, in cui non conosceva nessuno e nessuno conosceva lui, senza la possibilità che qualcuno lo disturbasse. 

Erano così simili loro due, così impauriti dal prendere in mano la loro vita, dalla possibilità del cambiamento, dalle curve che la strada nuova poneva davanti a loro. 

Giovanni aveva appena preso una decisione, la prima da molto tempo, sarebbe andato a parlargli, sarebbe andato da lui, si sarebbe seduto su quella sedia all’altro capo del tavolo e gli avrebbe detto “Sai, io e te siamo uguali, siamo due germogli che a fine della primavera non sono ancora sbocciati, siamo i frutti tardivi della pianta chiamata vita”. Ok, forse non gli avrebbe detto proprio queste parole, chi parla così?, nessuno, mai nella vita. Ma era deciso. Si infilò le scarpe, scese in strada, si diresse deciso verso di lui. Si sedette lo guardò e sorrise di un sorriso dolce, materno come a dire ‘ci sono se hai bisogno ’.  

“Scusa dai, non compro niente e non ho tempo per gli ubriachi, è la terza sera che vengo qui.”

“Lo so bene”, avrebbe voluto rispondere Giovanni.

“E non sono ancora riuscito a farmi dare il numero della cameriera, non ti ci mettere pure tu”. 

Giovanni si alzò e si diresse a casa, confuso. 

Qualcosa non tornava. In tutte le storie che in quei mesi aveva creato, Federico era sempre uno dei suoi personaggi: era la moglie che aspettava Marco a casa, era lo stagista nell’ufficio di Laura ed era Martino il runner al centro delle attenzioni di Laura. E lui? Chi era in questa storia, se non Federico? Proprio non riusciva a capirlo. 

Si sistemò il ciuffo, che come al solito era un disastro, ricacciò la suoletta che gli usciva dalla scarpa a livello del tallone e andò da Elvis: “mi dai 10 euro?”.

Sarebbe stata un’altra tranquilla serata. 

Alberto Gaviraghi


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *