Racconta la storia di un eretico usando la prima persona plurale (noi)

Sorgeva l’alba sulla campagna e una leggera brezza scivolava sul terreno. I nostri letti erano intrisi della fredda rugiada del mattino.
In lontananza li sentivamo, come ogni giorno, quattro sirene che si dirigevano verso l’accampamento, ma quest’oggi l’ovattato suono di una voce nell’altoparlante le accompagnava. 

“Forza, alzatevi! Stanno arrivando.”

Ci precipitammo a prendere i cartelli e gli striscioni – anche se ormai scoloriti per la troppa acqua presa erano ancora ben leggibili: “DA QUI NON CE NE ANDREMO”. 
La nostra casa stava per essere spazzata via dalle possenti ruspe del comune. 

“Signori buongiorno, spero abbiate dormito bene. È il vostro ultimo giorno, vi chiedo di sgomberare la zona!”

Il sindaco aveva una voce così poco autoritaria che non lo si poteva prendere sul serio.
Ci avvicinammo l’uno all’altro e, come una testuggine romana, avanzammo verso la polizia. 

“Per favore, signori, si tratta solo di una semplice rotatoria, i vostri terreni non andranno persi del tutto. È una strada molto trafficata questa, il semaforo crea solo ingorghi!”

Non dovevamo demordere, stavano calpestando i nostri diritti, stavano espropriando le nostre terre. Iniziammo a intonare il nostro grido di battaglia, un’unica voce, talmente forte, in grado di zittire quei politici corrotti. Troppo tempo era stato sprecato senza combattere contro gli scempi costruiti dal comune: il bar del centro demolito per piazzare qualche cespuglio in più opeggio, la carreggiata ristretta per quelle inutili e  invadenti vie per i ciclisti. 

“Signori, vi prego, due metri quadri di giardino in meno non cambiano la vita a nessuno, siate ragionevoli.”
Il nostro canto di libertà non si fermò davanti alle minacce e ai soprusi e gridammo finché non arretrarono.  
Il sindaco bofonchiò qualcosa all’ufficiale di fianco, rosso in viso, minacciandoci che sarebbe tornato anche  il giorno seguente.

Valeria


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